Ricevo e diffondo questa bellissima "lettera al figlio", di Matteo Pucciarelli. In un discorso pacato, ma senza sconti per nessuno, si fa piazza pulita di molti luoghi comuni. L'ho sentita mia e per questo la propongo anche alla vostra lettura e alla vostra riflessione.
Aldo Antonelli
Caro figlio,
da quanto tempo non litigavamo con la veemenza di ieri… forse quindici anni fa, tu eri adolescente, studiavi al liceo, quel giorno scioperasti per motivi che credevo futili (non funzionavano i riscaldamenti, mi pare di ricordare) e io ti dissi che ai miei tempi certe proteste si facevano per il Cile, non per le comodità. Devo ammettere che forse esagerai.
Ma tornando a ieri, forse mi sono spiegato male, forse ti sono sembrato ancora una volta un vetusto ideologizzato del secolo scorso, fatto sta che ci tengo a scriverti questa lettera quasi che fosse il mio testamento di vita.
Ti diranno che è colpa mia. Di quelli della mia età. Ti diranno che siamo noi a rubare il futuro a te e a quelli della tua generazione. Ti diranno che sono un privilegiato, un garantito, e che se lo sono il prezzo da pagare oggi è la tua flessibilità perenne (precarietà è la parola giusta). Te lo diranno ancora, e te lo stanno raccontando da almeno venti anni. Per questo tu oggi ce l’hai con me e mi guardi con lo sguardo severo.
Vedi, ci hanno fatto il lavaggio del cervello, usando parole appiccicate sui significati sbagliati. Io e l’articolo 18 che mi porto appresso non sono un “garantito”. Sono una persona che lavora, e che nel lavoro viene trattato con la giusta dignità: poter progettare la mia vita è un diritto, non un privilegio; stare a casa se sono malato è un diritto, non un privilegio. E se sul lavoro non mi comporto seriamente, se vengo scoperto a rubare ad esempio, posso essere licenziato. Non verrò mai licenziato “senza giusta causa o giustificato motivo”, dice la legge, e non mi pare un privilegio ma un diritto. Quanto ai licenziamenti per motivi economici - cioè perché l’azienda è in difficoltà - si possono, fare eccome, come tutti purtroppo hanno potuto constatare specialmente da quando è scoppiata questa ultima crisi.
Ti raccontano che io, il garantito, sono spesso fannullone e assenteista. Sì, ci sono stati di esempi simili, di gente che conosco. Ma sono una minima parte rispetto a quelli che – come ti ho sempre insegnato – credono nel lavoro, lo svolgono con serietà e impegno, con passione, facendo anche più di quel che gli è richiesto. Per colpa di qualche mela marcia non possono e non devono pagare tutti. E’ come se, siccome alcuni di voi quando vanno in discoteca si impasticcano, decidessimo di chiudere tutte le discoteche del mondo.
Parliamo di te, piuttosto. Della tua condizione che al solo pensiero non riesco a dormirci la notte, molto spesso. A me fa male sapere che non godiamo degli stessi diritti (non privilegi, ricordalo sempre). Ma tu sbagli tiro se fai la guerra alla mia generazione. Vogliono farti credere che il problema siamo noi col nostro vituperato articolo 18, e invece i cattivi sono sempre loro. Quelli che una volta mettevano contro gli operai e gli impiegati, ora fanno lo stesso tra giovani e vecchi. Adesso li chiamano “datori di lavoro”, “imprenditori”, quasi fossero benefattori dell’umanità, per me restano quel che sono davvero: padroni.
Sono stati bravi perché hanno trasformato il lavoro, da diritto e fondamento della nostra Costituzione, in gentile concessione. Hanno lavorato su di noi, sul nostro modello di pensiero. E allora loro decidono se e come farci lavorare, pongono delle condizioni da ricatto a noi e a questa politica, giocano sui nostri bisogni e si dimenticano che l’Italia e la sua libera impresa non è (ancora) fondata solo sul profitto, ma anche sulla responsabilità sociale.
Hanno sbeffeggiato per anni tutto ciò che era pubblico, come aziende e come servizio. Ci hanno raccontano che la gestione privata era il bengodi. Eccolo il paradiso che ci hanno regalato: zero investimenti e licenziamenti a tutto spiano, da Telecom fino a Trenitalia. Privatizzazione dei profitti, collettivizzazione delle perdite. Ci hanno preso in giro.
Ti hanno detto che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” per troppi anni. Sai bene che non è mai stato così per noi, che tutto quello che abbiamo è costato sacrifici, risparmi, vacanze brevi e mai all’estero, pizzerie invece di ristoranti, sabati miei al lavoro piuttosto che in famiglia, due etti di mortadella ma non di prosciutto. Nessuno ci ha regalato nulla. Nessuno. Tutto ci è costato qualcosa.
Non sei precario a caso, figlio mio. Lo sei perché prima il centrosinistra e poi il centrodestra hanno “riformato” il mercato del lavoro dando la possibilità alle aziende di fare di voi giovani ciò che vogliono. E ora ti raccontano che il problema sarei io, tuo padre. Che si risolve tutto precarizzando il lavoro per decreto, che se per te oggi l’articolo 18 è un obiettivo faticoso da raggiungere domani non potrai neanche più sognarlo. E’ assurdo, sai? Siccome il virus della precarietà ha contagiato buona parte di voi giovani, iniettiamolo a tutti, anche a quelli che si potrebbe salvare! Il “riformismo” si traduce in “mal comune mezzo gaudio”: se la modernità è questa, preferisco restare vecchio.
Insomma, ti diranno che è colpa mia. E allora lasciati dire che io una colpa me la sono data davvero. Ed è un’altra. A noi, giovani 30-40 anni fa, l’articolo 18 non ci è stato regalato perché eravamo belli e simpatici. Ce lo siamo guadagnato. Abbiamo lottato. Abbiamo invaso le fabbriche, le piazze, le città. La polizia a volte ha sparato, e alcuni di noi ci sono rimasti secchi. Ma noi abbiamo lo stesso continuato a lottare, a credere nel cambiamento, a impegnarci quotidianamento per conquistare consapevolezze e quindi diritti. Ecco, figlio mio, non ti ho insegnato a fare la stessa cosa. Ti ho fatto crescere dandoti tutto ciò che desideravi, privandoti di niente. Sei venuto su senza il giusto mordente. Non avevi il tempo di sentire lo stimolo della fame che ti avevo già nutrito. Per questo oggi è più facile rivoltarsi contro i padri piuttosto che contro un sistema ingiusto.
Chiamala rivolta, chiamala rivoluzione, chiamala come vuoi: trova, insieme ai tuoi amici, la forza per ribellarti e riconquistarti ciò che vi è stato tolto. Un futuro dignitoso. E se cambi idea e domani vorrai festeggiare con me la mia pensione dopo 37 anni di lavoro da insegnante, ne sarò molto felice.
Tuo, Babbo Matteo Pucciarelli
Caro Aldo, che dire? questa lettera è bellissima, non ho niente da togliere, niente da aggiungere. Vorrei solo che molti la leggessero, la facessero circolare, la mandassero ai propri figli. Così, senza commenti. Grazie a te, e grazie a Matteo Pucciarelli. Tafanus



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Bellissima e struggente lettera, chi ha vissuto abbastanza sa che è realtà.
Scritto da: annarosa | 26/01/2012 a 12:25
La lettera di Matteo Pucciarelli che Don Aldo ci ha gentilmente trasmesso spiega più di qualsiasi analisi sociologica e politica il dramma della attuale crisi di inserimento nella vita lavorativa delle nuove generazioni.Noi vecchi nel dopoguerra abbiamo piantato l'albero della Repubblica democratica che grazie ai nostri sacrifici e cure è cresciuto forte e rigoglioso e ha dato a tutti i suoi frutti.Ma quando per legge naturale ne abbiamo lasciato le cure ai nostri successori: questi hanno permesso senza le giuste reazioni che il vecchio albero venisse potato male ,tagliato e ridotto un nudo tronco.
Noi ci saremmo ribellati:ma per voi cari posteri quando sarà il momento?
Scritto da: roberto il partigiano | 26/01/2012 a 13:21
@ Annarosa e Roberto: a me questa lettera è piaciuta moltissimo, e tuttavia mi ha messo addosso molto disagio. Di fronte a questa lettera, il Re è nudo. Mi sento al tempo stesso vittima e colpevole. Perchè indubbiamente non è stata la nostra generazione a rovinare l'Italia. Noi abbiamo vissuto di lavoro e sudore, non di privilegi.
Ma al tempo stesso abbiamo lasciato che certe cose accadessero: la Milano da bere, la nave che va, i baby-pensionati... Forse eravamo distratti, o forse eravamo ben pasciuti. Ricordo bene gli anni sessanta, quando la cosa più semplice e naturale della vita era lavorare, guadagnare, guardare ad un futuro che sorrideva, cambiare azienda ogni tre anni raddoppiando lo stipendio...
Forse siamo stati ciechi a non capire per tempo che non poteva durare così. Forse eravamo troppo ben pasciuti per accorgerci che dallo Stato si andava in pensione con 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi (reali e figurativi). C'è gente che riscattando la laurea e il servizio militare è andata in pensione con 9 anni di contributi effettivi, alla veneranda età di 34/35 anni. Nove anni di lavoro, 40 anni da pensionato col lavoretto in nero.
Questa lettera non alimenta il sorgente conflitto generazionale. Tenta semmai di ricondurlo a razionalità e verità. Coloro che oggi accusano la generazione dei padri, hanno spesso ben goduto dei privilegi di quel vecchio benessere, magari senza rendersi conto di aver vissuto anni da privilegiati.
Come trovo ingiusto che si siano spesso dimenticati di essere grati ai loro genitori, trovo ingiusto che noi non si veda, o si sottovaluti, il terribile disagio della prima generazione del dopoguerra che ha innestato la retromarcia.
Fino alla nostra generazione, tutti siamo stati ragionevolmente certi che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei padri. Questa è purtroppo la prima generazione alla quale il futuro è spesso negato. E oggi, purtroppo, è tardi persino per "fare la rivoluzione", perchè non servirebbe a niente. Non c'è più trippa per nessuno.
Trent'anni di craxismo e di berlusconismo hanno ammazzato il paese.
Scritto da: Tafanus | 26/01/2012 a 14:04